L’anima degli animali e apparizioni post mortem

2 Settembre 2020

L’anima degli animali

Le apparizioni costituiscono una variegata tipologia fenomenologica tra le più documentate in ambito parapsicologico, sebbene quasi sempre in forma esclusivamente testimoniale. È da notare, comunque, che la ricchissima casistica non è solo relativa ad apparizioni di forme umane, ma anche a quelle animali.

Si tratta, per lo più, di cani o gatti che spesso appaiono in punto di morte o dopo la loro dipartita, assumendo in tal modo anche un possibile significato premonitorio, telepatico o chiaroveggente. Tuttavia, tale interpretazione in chiave “extrasensoriale*” sembra essere ben lungi dal poter spiegare l’intera casistica in questione. Mi riferisco, ad esempio, a casi ben documentati in cui i fantasmi presentano comportamenti che si spiegherebbero molto più logicamente ipotizzando una loro natura ontologicamente autonoma, ovvero, che si tratti – in accordo con un diffuso paradigma spiritualistico – proprio dell’anima degli animali.

Ciò, per la verità,  è stato osservato, sia in forme apparizionali umane, che animali. Tali casi, dunque, costituirebbero un indizio particolarmente importante del fatto che il nucleo coscienziale degli esseri viventi possa sopravvivere alla morte fisica. Da ciò ne consegue che gli animali hanno una propria coscienza; ma cosa dice al riguardo la scienza?

Gli animali hanno una coscienza?
Per lungo tempo gli scienziati hanno pensato di no. Ma negli ultimi anni questo orientamento si è letteralmente sgretolato sotto i colpi di recenti studi che hanno fornito evidenze sempre più consistenti che gli animali, non solo hanno emozioni e sono intelligenti, ma sanno persino molto bene chi sono. Ciò è avvenuto anche in animali con storie evolutive ben diverse da quella dei mammiferi, come ad esempio gli uccelli. In loro l’evoluzione della coscienza ha semplicemente seguito una strada diversa dalla nostra, ma non per questo meno importante. Perciò, oggi è ormai comunemente acquisito e culturalmente accettato il fatto che gli animali siano esseri senzienti, cioè coscienti di quanto accade attorno a loro e pienamente consapevoli di sé come individui. Questa presa di coscienza ha prodotto un risultato di portata storica, ovvero il suo riconoscimento ufficiale.
Il 7 luglio 2012, infatti, un gruppo di autorevoli scienziati sottoscrisse e rese pubblica, alla presenza di Stephen Hawking (1942-2018), una importante dichiarazione in merito, oggi nota come “Dichiarazione di Cambridge sulla coscienza”. In esso si affermava esplicitamente (sebbene entro logiche speculative riduzionistiche) che gli animali, tra cui tutti i mammiferi, gli uccelli e molte altre creature, come ad esempio i polpi, sono coscienti e consapevoli allo stesso livello dell’uomo.

Gatti che apparvero dopo la morte
Ho scritto in premessa che alcuni casi apparizionali presentano peculiarità tali da non essere inquadrabili entro schemi interpretativi psicodinamici, quali, ad esempio, quelli riferibili a telepatia, chiaroveggenza e precognizione. Si tratta di casi in cui il fantasma presenta atteggiamenti e comportamenti non stereotipati o meramente simbolici, mostrando, anzi, una spiccata reattività agli eventi contingenti e/o capacità di sostenere uno scambio comunicativo con degli esseri viventi. Naturalmente, tali caratteristiche si riferiscono sia a forme apparizionali umane che animali. Nel primo caso è noto, ad esempio, l’episodio raccontato da Harry Price di un fantasma che inciampò dopo essere stato abbagliato dal lampo al magnesio con cui gli sperimentatori stavano cercando di riprenderlo**.
Nel secondo caso, invece, trovo emblematico un fatto sottoposto alla mia attenzione e a quella di altri studiosi diversi anni fa. Esso riguardava l’apparizione di un gatto semitrasparente, ripreso dalle telecamere di sorveglianza di una villa posta in una grande città lombarda e la sua repentina scomparsa. La proprietaria dell’immobile ci riferì la sua più grande sorpresa ed emozione quando, avvertita delle insolite riprese fatte dalle telecamere, ne visionava la registrazione, riconoscendo il suo amatissimo gatto, morto qualche settimana prima. Una caratteristica interessante di questo caso era rappresentata dal reiterarsi dell’evento apparizionale, cui si abbinava la fortuita ripresa video avvenuta non meno di tre volte nell’arco temporale di poco più di un anno, ovvero dall’aprile del 2001 al giugno 2002.
L’analisi dei filmati consentì di verificare alcuni dettagli di fondamentale importanza, come, ad esempio, il fatto che, sebbene semitrasparente, la sagoma corrispondesse innegabilmente a quella di un gatto. Le riprese, tutte notturne, erano tra l’altro illuminate da un potente faro a luce visibile, cosa che ha consentito di distinguere molto bene anche il colore rossastro del pelo del gatto. Elemento quest’ultimo effettivamente corrispondente a quello del gatto appartenuto alla signora. Inoltre, una interessante comparazione è stata possibile in un paio di riprese, in quanto fortuitamente vi comparivano in contemporanea dei gatti di passaggio in carne ed ossa. Ebbene, enorme si presenta visivamente la differenza tra il “gatto fantasma” e i suoi consimili viventi, specie in termini di consistenza.

Nella specifica letteratura parapsicologica non è raro trovare casi simili, anche se spesso non oggettivati da riprese video, ma dalle (non meno importanti) affermazioni di più testimoni oculari. Mi sovviene al riguardo un caso riportato dall’eminente studioso italiano, Ernesto Bozzano (1862-1943) nel libro Animali e manifestazioni supernormali (1940). Qui egli riferisce di uno studio condotto in seno alla Society for Psychical Research (SPR) da A. W. Trethewy e pubblicato nel 1926 sul Journal della società londinese. La vicenda riguarda la famiglia Simpson, che viveva in un’antica dimora del XV secolo. Qui più volte il capo famiglia, sua moglie ed un’amica di quest’ultima, la signora Allen, videro in diversi ambienti della casa e nel giardino l’apparizione di un gatto. Primo e più volte testimone degli eventi fu il signor Simpson, che scorse il gatto in varie stanze, seguito da sua moglie. Mentre la signora Allen, all’oscuro dei fatti, lo vide per la prima volta in giardino ed in quello stesso giorno anche in dispensa ed in altri ambienti della casa. Il gatto venne descritto di colore nero, a pelo lungo e con la coda eretta. Quando il capo famiglia lo vide per la prima volta si trovava nella sala da pranzo. Egli cercò di catturarlo, in quanto l’animale stava tentando di intrufolarsi nella credenza semiaperta. Avvicinatosi, però, si accorse con stupore che, in realtà, il gatto era semitrasparente… L’animale, comunque, reagì scappando nella dispensa e da qui scomparve del tutto. Alla fine i tre testimoni ebbero modo di confrontarsi, scoprendo che le loro descrizioni coincidevano perfettamente. Peraltro, mentre i fatti avvenivano tutti erano consapevoli della straordinarietà dell’evento e ciò in conseguenza di due particolari-chiave: il gatto appariva semitrasparente ed inoltre scompariva da ambienti circoscritti. Le stesse caratteristiche che a suo tempo potemmo riscontrare nel citato caso del gatto fantasma lombardo.

Come ultimo esempio di fantasma felino, mi piace citare il caso di un gatto che è divenuto famoso in tutto il mondo grazie alla sua apparizione in una ripresa fotografica oggettivando così la sua presenza. Siamo nell’agosto del 1925 a Clarens, un piccolo ma rinomato centro turistico della municipalità di Montreux (Svizzera) e il Maggiore Wilmot Allistone è in vacanza con la sua famiglia. La splendida giornata lo ispira a scattare una foto di sua moglie e dei suoi due bambini, che una volta sviluppata gli riserverà una inaspettata sorpresa. Osservando per bene la stampa, infatti, il Maggiore si accorgerà della presenza di un “corpo estraneo” nei pressi della mano destra di suo figlio maggiore. Guardando attentamente risultò trattarsi della testa semitrasparente di un gattino bianco. Ovviamente, al momento dello scatto il bambino non aveva in mano alcun gattino, ma solo l’animaletto di peluche, chiaramente visibile in fotografia, stretto nella mano sinistra.
Ciò che lasciò ancor più attonito il Maggiore fu il fatto di conoscere molto bene quel gattino. Si trattava, infatti, del micetto che era effettivamente stato di proprietà di suo figlio fino a qualche tempo prima e che, purtroppo, aveva fatto una tragica fine, sbranato da un cane San Bernardo poche settimane prima. L’uomo, fortemente motivato ad andare in fondo alla questione, mise a disposizione l’immagine alla già citata SPR pur di riuscire ad ottenere una spiegazione dell’accaduto. L’indagine tecnica sul negativo fotografico, eseguita con microscopio stereoscopico, poté, però, solo escludere che vi fosse stata una qualche forma di manipolazione dell’immagine. Ma questo, naturalmente, il Maggiore lo sapeva già…

Apparizione telepatica di cani in punto di morte
Una testimonianza di particolare rilievo nell’ambito della fenomenologia apparizionale animale di possibile matrice “extrasensoriale” è quella resa pubblica dall’astronomo francese Camille Flammarion (1842-1925) nel 1912. Essa apparve sugli Annales des Sciences Psychiques col titolo significativo di “Hallucination visuelle coincidant avec la mort d’un chien” (Allucinazione visiva coincidente con la morte di un cane). L’articolo, visto anche il prestigio scientifico dell’autore, sortì una certa eco in tutto il mondo, trovando spazio, anche solo come curiosità, sulle più disparate testate. Apparve, ad esempio, sul quotidiano americano New York Herald così come sul giornale sportivo torinese La Stampa Sportiva (20 luglio 1913). La storia riguarda l’astronomo e professore dell’Università di Losanna M. G. Graeser, una persona schiva e solitaria che preferiva lo studio alla socializzazione e la cui principale fonte d’affetto era costituita dal suo fedelissimo San Bernardo, Boby, con cui viveva in quasi totale simbiosi.
La sera del 14 dicembre del 1910 Graeser si trovava nello studio della sua abitazione, posta ad un paio di chilometri da Losanna. Improvvisamente vide aprirsi la porta della stanza ed apparire il suo cane. L’animale rimase stranamente immobile sulla soglia, mostrando un’aria di chiara sofferenza. Sorpreso e preoccupato, Graeser lo chiamò a sé, ma il cane non si mosse e fu solo ad un secondo e più deciso richiamo dell’uomo che lentamente gli si avvicinò. Boby si sfregò dapprima contro le sue gambe e poi si accucciò ai suoi piedi. Tuttavia, quando Graeser si chinò per accarezzarlo, la sua mano finì letteralmente nel vuoto. A quel punto, stupito dall’accaduto, avvertì forte la percezione che forse qualcosa di brutto potesse essere accaduto al suo amatissimo cane. Si precipitò, così, al piano di sotto in cerca di Boby, ma la sorella gli disse che i suoi lo avevano portato via e non certo per una passeggiata… Graeser, temendo il peggio, telefonò immediatamente alle autorità cittadine del macello comunale e seppe, così, che pochi minuti prima, cioè esattamente quando Boby gli era apparso, il suo fedele amico era stato abbattuto a seguito di formale richiesta dei suoi genitori. Pare che all’origine della tragica decisone vi fossero ragioni legali, causate da una denuncia da parte di qualcuno che asseriva di essere stato vittima del comportamento aggressivo dell’animale. Peraltro, come racconta Flammarion, sembra che prima di allora tale aggressività si fosse già più volte manifestata, in particolar modo nei confronti degli estranei che si recavano a far visita alla famiglia. Si tratta, in tutta evidenza, di comportamenti imputabili non già al povero animale (che ne fece purtroppo le spese), ma a coloro che avrebbero dovuto educarlo senza fomentarne l’aggressività.

Ad ogni modo, l’interpretazione in termini allucinatori dell’evento apparizionale proposta da Flammarion mi sembra, in questo caso, oltremodo corretta, sia perché esperita soggettivamente da un solo testimone, sia perché legata ad un evento di (ipotizzata) matrice telepatica. È noto, infatti, come l’informazione “extrasensoriale” possa, in taluni casi, emergere alla coscienza in forma allucinatoria. Per lo studioso francese la causa scatenante del contatto telepatico andrebbe individuata nello stato di forte stress provocato nel cane dalla percezione del pericolo di morte poco prima di venire soppresso.
Quasi identica dinamica può essere riscontrata in un caso molto simile, pubblicato sulla rivista Light nel 1928. A parlarne è il già citato Ernesto Bozzano. Con la famiglia del signor Helliot O’Connel viveva un cane di nome Punch.

Ammalatosi in maniera grave, il povero animale venne portato dal veterinario per essere soppresso. In quello stesso giorno i due figli del signor O’Connel, appena rientrati da scuola, videro il loro cane nella sua cuccia in sala da pranzo. Come il loro amico a quattro zampe li vide, iniziò a scodinzolare festosamente e quindi si avviò verso il piano superiore della casa. I ragazzi, consapevoli delle condizioni del cane e della triste fine che lo aspettava, chiesero alla governante come mai Punch fosse ancora in casa. La donna rispose che, in realtà, in casa non c’era più, essendo stato portato dal veterinario in mattinata. Inoltre, spiegò che probabilmente a quell’ora doveva essere stato già soppresso. Ad ogni modo, la casa venne setacciata e del povero Punch non venne trovata alcuna traccia. Si seppe poi che effettivamente era stato abbattuto e per di più nell’esatto momento in cui i ragazzi lo videro in casa.

Diversamente dal caso precedente, come si sarà notato, qui abbiamo ben due testimoni simultanei del fenomeno apparizionale, il quale assume, perciò, carattere di oggettività. Ma, volendo interpretare anche questo caso come il frutto di un input telepatico, le cose si complicano un po’. Dovremmo, infatti, obbligatoriamente pensare che le sue ricadute apparizionali possono spiegarsi solo in termini di allucinazione collettiva. Evento, in verità, molto raro, che, se abbinato alla infrequente percezione telepatica simultanea di una stessa informazione da parte di due percipienti, rende l’interpretazione di questo caso ancor più enigmatica.

Considerazioni
Ciò che emerge evidente, già solo dai pochi esempi qui riportati, è che in genere i fenomeni apparizionali possono essere di due categorie: quelli emergenti a seguito di input “extrasensoriali” e quelli che apparentemente non sembrano averne. In quest’ultimo caso l’esempio tipico è quello delle apparizioni che non sono in alcun modo legate alla storia di chi li vive. Ma in questi casi bisogna, tuttavia, mettere nel conto che potrebbero, invece, essere legati al luogo (infestazione) e quindi scaturire dalla lettura inconscia della storia dell’ambiente fisico (Psicoscopia d’ambiente). Mi viene, a questo proposito, in mente il caso di un grosso cane che per anni fu visto apparire nei pressi di una villa di campagna, spaventando i componenti della famiglia che la abitava. Ebbene, il problema si risolse solo dopo che uno studioso, invitato sul posto dalla famiglia, suggerì di eliminare un angolo esterno della casa, che venne letteralmente tagliato via. Ecco che, dopo tale operazione cessarono definitivamente gli avvistamenti dello spaventoso animale. A questo punto viene spontaneo chiedersi se l’intera fenomenologia apparizionale possa essere interpretata psicodinamicamente, ovvero quale conseguenza dell’attività della nostra mente, che prima capta informazioni per via telepatica, chiaroveggente o precognitiva e poi le trasforma, mediante un complesso processo psicocinetico***, in immagini visibili che noi chiamiamo fantasmi.

Questa è una vecchia questione, da sempre dibattuta. Personalmente ritengo che se la coscienza sopravvive, come sembra emergere da un numero sempre maggiore di studi, per quale ragione non potrebbe continuare ad operare come quando era incarnata? Naturalmente, come abbiamo visto, questo è valido anche per gli animali, i quali è assodato che abbiano una coscienza. Peraltro, vi sono casi che oggettivamente risultano davvero difficilmente spiegabili in termini di mere proiezioni inconsce e che richiamano inevitabilmente interpretazioni differenti (anima degli animali) .

Si pensi, ad esempio, al caso del gatto fantasma lombardo. I filmati lo mostrano libero mentre giocava per strada come qualsiasi altro gatto: perché l’inconscio (della sua padrona?) lo avrebbe proiettato fuori dalla sua villa? Per di più conferendogli complesse dinamiche di movimento che richiederebbero capacità di calcolo davvero impressionanti? Non sarebbe stato più logico che lo avesse “proiettato” semplicemente in casa, connotandolo con dinamiche semplici e ripetitive, come spesso avviene nei casi più classici?

Insomma, l’impressione è che la complessità riscontrata in molti dei casi afferenti la fenomenologia apparizionale potrebbe, in generale, spiegarsi molto più logicamente prendendo in considerazione l’ipotesi sopravvivenza e che, nello specifico, l’esistenza di un’anima degli animali sia, di conseguenza, una tesi tutt’altro che peregrina…

Michele Dinicastro

* Mi corre l’obbligo di precisare che il termine è qui virgolettato, in quanto da sempre lo ritengo fuorviante e palesemente contraddittorio. Come si può, infatti, pensare di poter percepire delle informazioni al di fuori dei sensi? Ecco perché il premio Nobel per la medicina, Charles Richet (1850-1935), convinto della origine fisiologica di telepatia, precognizione e chiaroveggenza, coniò la fortunata locuzione “sesto senso”.
** Episodio menzionato da Ugo Dettore nel Dizionario Enciclopedico Para, Armenia, Milano 1986, p. 361.
*** Capacità della mente di interagire sulla materia.

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