Il Giornale dei Misteri n. 548 Marzo – Aprile 2020

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In questo numero

“… Secondo il resoconto di Grindal, ‘il cadavere era già putrefatto e trasudava liquidi. Una vecchia era seduta accanto al morto con un ventilatore acceso, anche se il cadavere era stato lavato circa tre ore prima. La puzza nella stanza era orribile’. Il rituale di sepoltura iniziò il giorno seguente verso mezzanotte. Alì era morto da 3-4 giorni e il suo cadavere giaceva seduto contro il muro, dove un gruppo di donne che cantavano le lodi funebri, i goka, iniziò a danzargli attorno. Fu allora che Grindal si rese conto che il cadavere incominciava a sussultare e, per alcuni istanti, anche a pulsare. Dopo un po’ il corpo, scosso dagli spasmi, si alzò in piedi ruotando e danzando con movimenti frenetici. “Mentre guardavo”, dice Grindal, “convulsioni alla bocca del mio stomaco coinvolgevano, non solo i miei occhi, ma tutto il mio essere in questo vortice di forza. Il cadavere raccolse le bacchette [per tamburo] e iniziò a suonare. Dopo un po’ la salma era di nuovo seduta contro la parete sinistra del complesso. In conclusione, posso dire con intuitiva certezza che nella notte del 23 ottobre 1967 ho assistito al risveglio del morto. Questa esperienza fu reale ed è stata vista come tale da coloro che erano seduti alla mia destra nel luogo del rito”.

Da: “Parapsicologia e antropologia” di Michele Dinicastro, a pagina 7

“… Reich (1897-1957), medico, psichiatra e psicoanalista austriaco naturalizzato statunitense che si inserisce nel panorama dei primi del Novecento, era stato allievo di Freud. Ma si era staccato dal maestro negli anni ’20, quando questi, per spiegare le resistenze del paziente e quindi l’insuccesso di molti processi terapeutici, aveva ipotizzato l’esistenza di un istinto di morte come responsabile dell’allontanamento del paziente dalla via della guarigione. Reich, al contrario, non volle arrendersi all’ipotesi dell’istinto di morte e l’osservazione clinica lo condusse in una direzione completamente nuova. Scoprì che le resistenze dei pazienti non erano altro che atteggiamenti difensivi: difese non soltanto psichiche, ma anche strutturate nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche. Ogni persona, insomma, aveva organizzato una struttura difensiva psico-somatica e per questo, e non per contrastare il successo del processo analitico in nome di un presunto istinto di morte, attuava risposte difensive inconsce strutturatesi lentamente fin dalla nascita. Dunque, le attuava in quel rapporto come in altri: era un modo psico-fisico di funzionare e aveva un riscontro anche nel corpo…”.

Da: “L’esperimento con l’ameba” di Elena Greggia, a pagina 35

“… L’effetto Droste, che rende l’opera incompleta poiché al centro resta sempre uno spazio vuoto, attivò un dibattito fra studiosi che durò quasi cinquant’anni, e pareva senza via d’uscita.
Il mistero del “buco” fu risolto solo nel 2003 da Hendrik Lenstra (1949) un matematico docente all’Università della California a Berkeley e all’Università di Leida nei Paesi Bassi. Mentre era in aereo e sfogliava una rivista, egli si imbatté nella foto di una litografia di Escher intitolata Print Gallery.
L’immagine rappresenta una fila di finestre ad arco in una galleria d’arte, dove un uomo sta guardando una foto sul muro che a sua volta riproduce una serie di edifici sulla banchina del porto di Malta. L’occhio dello spettatore viene portato a scoprire che uno di questi edifici è proprio la galleria d’arte con l’uomo che guarda la foto sul muro, e così via, l’immagine sempre più piccola si ripete in una successione circolare che sembra non avere fine. Alla fine di questo groviglio di edifici, navi e quant’altro, c’è un buco che Escher aveva lasciato in bianco, con all’interno solo la sua firma: evidentemente c’era un problema…”.

Da: “I giochi di Escher” di Paola Biondi, a pagina 43

“… I Maya sono l’unico popolo indigeno americano che abbia lasciato una specie di Bibbia autoctona, il famoso libro denominato Popol Vuh, uno dei pochissimi testi giunti fino a noi scritto nel dialetto maya detto Quiché (…) Nello stesso testo troviamo anche la strana spiegazione che collega il gioco della palla ai sacrifici umani. La palla era formata da gomma o caucciù, estratto da piante che vivevano solo nel continente americano. Il gioco della palla è antichissimo e tutta l’umanità si è sempre emozionata a questo gioco, anche se le palle negli altri continenti erano formate di materiale diverso. Il football, così come lo concepiamo ancora noi oggi, ha sicuramente le sue origini nel gioco descritto nel libro Popol Vuh e nei vari bassorilievi lasciati dai Maya. Prigionieri di guerra o contendenti di paesi limitrofi sono spesso mostrati nell’arte maya e si ritiene che questi prigionieri venissero sacrificati in seguito alla sconfitta in una partita rituale e probabilmente pilotata (…) Qui le analogie con i nostri vari giochi fondati sull’uso della palla finiscono, perché dopo per i Maya iniziavano i sacrifici umani. Infatti si pensa che il capitano della squadra vincitrice ricevesse il grande onore di essere decapitato, dal momento che attraverso il sacrificio aveva inizio il percorso per diventare una divinità…”.

Da: “L’enigmatico libro Popol Vuh” di M. Lombardo e M. Santamato, a pagina 47

“… L’ipocrita mostra una difficoltà ricorrente ad essere se stesso e difendere la propria opinione, manifestando quanto sia arduo averne una ritenuta adeguata al proprio ambiente. Questo accade per una quantità di motivi, come l’esposizione classificata del sé, ovvero il raccontare al mondo, allo scopo di convincersene, di avere una personalità e caratteristiche differenti rispetto a quelle che in effetti si avvertono come proprie, in abbinamento al timore di non essere adeguati; da questo nasce il desiderio di essere visti in modo differente rispetto a quello vero. Questa disfunzione provoca una intensità tale da consentire la circostanza dell’ipocrisia; altrettanto accade nel caso del desiderio di mostrare un valore che non si possiede, ma che pure è ritenuto necessario allo scopo di non essere vittima della poca considerazione che si ha di sé…”.

Da: “L’ipocrita” di Loris Pinzani, a pagina 31

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